Sidgwick, in primo luogo, sottolinea la
distinzione, fondamentale nell’economia del benessere, tra aspetti
normativi e positivi della teoria economica. Di particolare
interesse, infatti, è la struttura unica dei Principles (1),
divisa tra scienza ed arte. Sidgwick come Marshall e molti economisti
in quel periodo, traccia un’attenta distinzione tra il lato
descrittivo dell’analisi economica (la scienza) e il lato normativo
e politico (l’arte) a cui dedica ben nove capitoli nel terzo libro
dell’opera (1901; p. 33) (2).
I primi due libri, infatti, si occupano della produzione,
distribuzione e scambio della ricchezza ed occupano uno spazio
preliminare obiettivo e descrittivo, mentre la parte conclusiva
riguarda l’arte dell’economia
politica, che si occupa della
funzione d’interferenza dei governi nel mirare al raggiungimento
del massimo bene comune (Placido 2005, pp. 116-117).
Secondo Sidgwick la scienza (“ciò che è”)
e l’arte (“ciò che dovrebbe essere”) erano state
progressivamente mescolate l’una con l’altra (Nakai 2007, p. 9).
Sin dall’antica Grecia, infatti, l’economia rappresentava l’arte
che indicava il ruolo opportuno del governo per l’accrescimento
della ricchezza nazionale. Successivamente, nel 18 secolo, Adam Smith
sviluppò l’economia introducendo il punto di vista della scienza
positiva che analizza i meccanismi della società economica in
maniera obiettiva. Tuttavia, molti economisti dopo Smith scambiarono
la “libera competizione”, che Smith utilizzò come ipotesi della
scienza, per un’ipotesi universale che dominava l’arte e
iniziarono a considerare il laissez
faire come l’unico fondamento
dell’economia (1901, pp. 10-22). Sidgwick, quindi, ritiene che
questa distinzione sia necessaria per risolvere lo stato di
confusione in cui si era venuta a trovare l’economia in quel
periodo; il suo obiettivo, dunque, è quello di tentare di
“ricostruire l’economia ortodossa
attraverso una chiara distinzione tra il campo della scienza e il
campo dell’arte” (1901, p. 19): “i principi dell’economia
politica sono ancora in gran parte considerati, anche in Inghilterra,
principi pratici – regole di condotta pubblica o privata e, dato
ciò, è probabile che si possa evitare più efficacemente confusione
di pensiero sulla materia, non circoscrivendo la Teoria dell’Economia
Politica alla scienza economica nel senso più stretto – lo studio,
con metodo concreto o ipotetico, della produzione e distribuzione
reale dei beni di valore – ma evidenziando e mantenendo nella
maniera più chiara possibile la distinzione tra i punti di vista
della scienza e dell’arte rispettivamente, e i metodi di
ragionamento appropriati di ognuna”
(1901, p. 395). Così da una parte
la scienza economica ha il compito di analizzare obiettivamente una
società economica costituita di uomini
economici, ossia uomini che
massimizzano la loro stessa felicità sulla base del ‘metodo
dell’egoismo’ (Nakai 2007, p.
10) (3).
Dall’altra parte, invece, l’Arte dell’economia politica, ossia
“l’economia applicata al
raggiungimento di un risultato non per un individuo ma per una
comunità politica” (1901, p. 396) ha il compito di mostrare cosa
dovrebbe essere fatto dal governo, in modo da massimizzare l’utilità
sociale ottenuta dalla produzione, dalla distribuzione, e dallo
scambio della ricchezza della società. Inoltre, mantenendo la
divisione utilizzata nei Principles
of Political Economy,
l’Arte dell’economia politica si
divide in (1)
Arte della produzione “che
consiste nell’azione del governo per la massimizzazione del
prodotto nazionale” (misurato
generalmente dallo standard comune del valore di scambio, fatta
eccezione per i casi in cui questo non possa essere applicato): e in
(2) Arte della distribuzione, “ossia
l’arte di ripartire il prodotto correttamente fra i membri della
comunità, o su un principio di equità o giustizia, o sul principio
economico del rendere il prodotto complessivo più utile possibile,
così che la maggior quantità possibile di utilità o soddisfazione
possa essere derivata da esso”
(1901, p. 397). Per Sidgwick,
quindi, il secondo obiettivo della politica governativa è quello di
conseguire una distribuzione giusta
(o equa) e economica
del prodotto. Ne deriva quindi che l’interposizione del governo può
servire non solo per aumentare la ricchezza, ma anche per migliorare
la distribuzione della ricchezza. In primo luogo Sidgwick pensa che
l’arte del governo debba: garantire 1) una giusta remunerazione (4)
e i diritti di proprietà nella società e 2) una giusta competizione
di mercato in modo da promuovere il comportamento egoistico di ogni
individuo ed il prodotto sociale complessivo. Sidgwick, quindi,
riconosce che, a patto che il prodotto totale non venga ridotto, una
distribuzione più giusta
aumenterebbe l’utilità
(o soddisfazione)
totale ottenuta dal prodotto del lavoro e del capitale della
comunità: “Il motivo per cui l’interferenza del governo con la
distribuzione del prodotto sembra economicamente auspicabile, sta
nelle enormi disuguaglianze nel reddito a cui questa organizzazione
individualistica porta” (1901, p. 517).
L’obiettivo principale della
politica del governo in questo caso è rappresentato quindi dalla
“mitigazione delle maggiori disuguaglianze nell’attuale
distribuzione del reddito” (1901, p. 517). Sidgwick pensa che la
rimozione delle ineguaglianze estreme nella distribuzione sia
conveniente a condizione che non sacrifichi i vantaggi della libertà
ed il libero sviluppo dell’iniziativa privata che il sistema
individualistico punta a garantire, questo perché: “una maggiore
equalizzazione della ricchezza diminuirebbe probabilmente
l’accumulazione del capitale,
da cui dipende il progresso
dell’industria, e deteriorerebbe la gestione del capitale
accumulato” (1901, p. 519-520).
La “distribuzione economica”,
invece, consiste nell’applicazione del principio utilitarista alla
distribuzione. Essa, infatti, è “una distribuzione che aumenta
l’utilità sociale guidata dal prodotto esistente, ossia, una
politica redistributiva che si basa sull’utilità marginale
decrescente” (Nakai 2007, p. 11). Sidgwick, infatti, rifiuta l’idea
che l’utilità dei servizi per la comunità sia misurata
semplicemente dal valore di mercato. Ritiene sia meglio adottare la
visione di Bentham, legata alla relazione tra ricchezza e felicità,
secondo cui l’utilità che il proprietario ricava da un bene
diminuisce in proporzione all’aumento della quantità del bene in
suo possesso. Secondo l’economista di Cambridge è un principio
economico “accettato”, illustrato dall’effetto che ha un
aumento dell’offerta sul prezzo di un qualsiasi bene (5).
La proposizione di Bentham è semplicemente un'estensione
di questo principio all’aggregato di beni che può essere definito
ricchezza (1901, p. 518). Sidgwick, quindi, conclude che “più una
certa società si avvicina all’equità nella distribuzione della
ricchezza fra i suoi membri, maggiore nel complesso è la quantità
di soddisfazione che la società in questione ottiene dalla ricchezza
che possiede” (1901, pp. 518 - 519)(6).
1 Per
i riferimenti bibliografici verrà tenuta presente la terza
edizione, pubblicata nel 1901. I Principles
of Political Economy
furono originariamente pubblicati nel 1883, anno in cui Sidgwick
passa da professore assistente a professore a pieno titolo della
cattedra di filosofia morale. Vedranno un’altra edizione nel 1887
e verranno ristampati subito dopo la morte dell’autore nel
novembre del 1901, con una prefazione di John Naville Keynes.
Sidgwick, infatti, prima di morire chiede espressamente all’amico
di volersi prendere cura dell’edizione, che poi uscirà postuma,
della sua opera a cui verranno fatte delle aggiunte e che
influenzerà il pensiero di Keynes. Keynes vi scriverà anche una
breve prefazione con l’intento di tributare un omaggio all’intera
opera di Henry Sidgwick (Placido 2005, p. 114).
2 Questa distinzione è stata codificata in modo definitivo da
Marshall, il quale ha proposto di abbandonare il termine political
economy per il più neutrale economics,
sostenendo appunto che la prima è soggetta alle passioni politiche,
mentre la seconda serve meglio ad indicare l’economia come
scienza.
3
Per Sidgwick l’ uomo
economico
è semplicemente un’astrazione che può essere utile per spiegare
o prevedere alcuni aspetti del comportamento degli individui in
certe situazioni e in certe circostanze (Shultz, 2006).
4 Per
Sidgwick il prodotto deve essere distribuito in base a ciò che gli
individui si meritano in virtù dei loro sforzi” (1901, p. 517); i
salari giusti, inoltre, potevano venir definiti come “salari di
mercato, quali risulterebbero nelle condizioni di minore
disuguaglianza possibile di opportunità” (1901, p. 502).
5
Il principio secondo cui la felicità aumenta in maniera decrescente
rispetto alla ricchezza fa parte del “senso comune del genere
umano” (1901, p. 518).
6 Questa deduzione per Sidgwick è valida solamente a condizione che “la quantità totale di prodotto da dividere, e il numero di persone tra le quali deve essere diviso, rimangano inalterate dal cambiamento nella distribuzione, e che il cambiamento non abbia alcuna tendenza a diminuire la felicità della comunità derivata da altre fonti rispetto all’aumento della ricchezza” (1901, p. 519).
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